Skip to content

La Legge Gelli e i suoi falsi miti

La Legge Gelli e i suoi falsi miti

Sul solco del decreto Balduzzi, la legge Gelli del 2017 ha cercato di legare la struttura sanitaria al regime della responsabilità contrattuale, e la figura del sanitario al regime della responsabilità extracontrattuale.

Il medico dunque, oggi, secondo l’art. 7 co 3 della nuova legge, “risponde del proprio operato ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile, salvo che abbia agito nell’adempimento di obbligazione contrattuale assunta con il paziente”.

Ma cosa significa questo nei fatti?

Significa principalmente che, diversamente da quanto accade per la struttura (che sembrerebbe avere una posizione più difficile da gestire), chi vuole fare una causa ad un medico deve provare i fatti che lamenta essere stati lesivi, il danno, il rapporto causale tra la condotta sanitaria ed il danno, e soprattutto la colpa del medico (ex art. 2043 c.c., appunto).

È evidente che questa impostazione sembra molto favorevole al medico, che, invece, non deve provare nulla per liberarsi della responsabilità, e molto pesante per il paziente, su cui incombe ogni peso probatorio.

Legge GelliMa è tutto così lineare?

Non proprio.

In effetti, nelle cause di responsabilità sanitaria, se per provare in processo “i fatti, così come accaduti” basta che il paziente porti all’attenzione del giudice la propria cartella clinica, la consulenza medico legale (che certamente il paziente chiederà al giudice stesso) costituisce di per sé autonoma prova della colpa del medico, sicché tutto il “vantaggio” probatorio viene nei fatti annullato.

Inoltre, il paziente potrà chiedere al medico anche il risarcimento dei danni subiti che non erano prevedibili al momento dei fatti (pensiamo, ad esempio, all’ipotesi in cui un paziente abbia rifiutato un posto di lavoro prestigioso a causa di un intervento chirurgico non riuscito subito qualche mese prima), mentre non potrà fare la stessa domanda alla struttura, che risponde solo per i danni diretti e prevedibili al momento dei fatti.

È pur vero, comunque, che il medico, con l’applicazione della responsabilità ex art. 2043 c.c. trova un’importante agevolazione nell’abbattimento dei tempi di prescrizione, che passano da 10 anni a 5 anni.

Se dunque il paziente per 5 anni ininterrotti non rivolge domanda di risarcimento al medico (attraverso una causa o una lettera raccomandata), quest’ultimo non dovrà più rispondere del proprio operato.

Bisogna fare attenzione, però, alla non interruzione del termine: basta infatti una richiesta stragiudiziale per azzerare il termine, e farlo ricominciare daccapo, per altri 5 anni.

Il medico, dunque, dovrà tenere sotto stretto monitoraggio non solo le richieste di risarcimento danni da parte di pazienti, ma anche la richiesta di copia delle cartelle cliniche e dovrà osservare con attenzione tutti quei segnali che possono portare ad una causa civile.

Chiedi ora una consulenza sul tuo caso!

Articoli Correlati